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L’economia mondiale cresce ma restano alcune incognite – IC&Partners
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L’economia mondiale cresce ma restano alcune incognite

Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI) la crescita del PIL a livello mondiale sarà del 2,8% nel 2023 e del 3,0% nel 2024 (dati a prezzi costanti). Queste previsioni pubblicate l’11 aprile sono sostanzialmente in linea con quelle di gennaio ma ovviamente il dato mondiale nasconde performance più brillanti, come nel caso delle economie emergenti soprattutto asiatiche, e meno brillanti, come nel caso dei paesi sviluppati (il 2023 potrebbe chiudersi in negativo per Regno Unito e Germania come evidenziato nella figura sotto).

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A livello globale l’FMI registra una graduale ripresa dopo la pandemia grazie alla riapertura dell’economia cinese e all’attenuazione dei problemi di trasporto riscontrati nell’ambito delle catene internazionali del valore. Inoltre, l’aumento dei tassi di interesse da parte della maggior parte delle banche centrali ha iniziato a dare i suoi frutti riducendo l’inflazione che avevano raggiunto tassi a doppia cifra in molti paesi.

Nonostante queste notizie positive, le previsioni rimangono tuttavia modeste. Oltre all’incertezza sul futuro del conflitto in Ucraina e sulla crescente frammentazione geoeconomica dovuta in primis dagli attriti tra Stati Uniti e Cina, proprio la politica monetaria restrittiva, con il recente aumento repentino dei tassi di interesse (figura sotto), ha avuto qualche effetto collaterale.

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È vero che l’inflazione complessiva è diminuita; per esempio nell’area euro, il tasso di inflazione annuale è passato dal 10,6% dell’ottobre 2022 all’8,5% del febbraio 2023. Tuttavia l’inflazione core, che esclude energia e cibo, sempre secondo l’FMI, non ha ancora raggiunto il picco in molti paesi. Ciò significa che difficilmente i tassi di interesse potranno scendere nel breve periodo.

La crescita dei tassi di interesse ha conseguenze soprattutto sulla sostenibilità del debito pubblico e sui prezzi del mercato immobiliare. La sostenibilità del debito pubblico si valuta innanzitutto rapportandolo al PIL e quest’ultimo, essendo rimbalzato dopo il 2020, l’annus horribilis dei lockdown da Covid, ha fatto migliorare i rapporti debito/PIL nella maggior parte dei paesi. Tuttavia il valore assoluto del debito è cresciuto e con questo anche la spesa per interessi, limitando la capacità dei paesi di investire per garantire la competitività futura e mettendo a rischio default paesi meno sviluppati quali per esempio Sri Lanka, Malawi e Tunisia (vedere in proposito l’analisi di Debt Justice).

Con l’aumento dei tassi di interesse sale anche il costo dei nuovi mutui e di quelli in essere a tasso variabile. Se già l’inflazione ha ‘rosicchiato’ la crescita reale dei prezzi del settore immobiliare, un calo della domanda dei mutui potrebbe deprimerli ulteriormente. Secondo l’FMI i paesi più a rischio sono Canada, Australia e paesi scandinavi mentre l’Italia è tra quelli classificati a rischio ridotto.

Gli improvvisi fallimenti di Silicon Valley Bank e di Signature Bank negli Stati Uniti e la perdita di fiducia del mercato in Credit Suisse hanno ricordato come la politica monetaria può avere effetti sul sistema bancario. Tuttavia l’FMI è cautamente ottimista rispetto ad un effetto contagio come quello verificatosi durante la crisi finanziaria globale. Rispetto al 2008, infatti, le banche sono in generale più capitalizzate e con investimenti più liquidi.

Fonte: Elaborazioni a cura di Stefano Riela, lecturer presso Università Bocconi e ISPI, news@ic.millergroup.it